Cronache dalla campuria

a cura di Giovanni Zanzani

Giovanni Zanzani

 

10 maggio 2010 Pappagalli


E' successo mentre imperversava l'inverno, che quest'anno in Campuria è stato terribilmente gelido e bianco: Trinchetto è morto di freddo. Il pappagallo cenerino era fuggito da una casa dove per anni nella sua scodella non erano mancate leccornie di ogni tipo.
Scoperta la fuga, il proprietario ha lanciato un appello sui giornali come usava un tempo, quando a scappare era un ragazzo dodicenne. Pativa, il misero, per la scomparsa dell'amato pennuto al quale era abituato a offrire semi di girasole scelti tra i più grossi e profumati, e al giornalista che lo intervistava si è detto speranzoso che Trinchetto, volato fuori dal salotto e disorientato a causa di tutta la neve caduta, ritrovasse la strada di casa. Già in passato il pappagallo era volato in giardino, ma la vista di un bel frutto o di una caramella lo avevano sempre persuaso a tornare sul trespolo, sul quale l'uomo lo mostrava ad amici e parenti come una meraviglia venuta da lontano. La speranza si è rivelata vana, in primavera Trinchetto è stato rinvenuto stecchito sul tetto di una casa a qualche chilometro di distanza.
Qui in Campuria, terra di meraviglie e di drammi, non è la prima volta che la malasorte colpisce un pappagallo, anni or sono accadde a un bellissimo Ara di finire male e la storia è degna di essere narrata. L'ingenuo animale, che viveva nella ricca dimora di un nobile, trascorreva gli inverni in compagnia della servitù, mentre il nobiluomo suo possessore svernava in Brasile. Un po' per burla e un po' per rivalsa verso il riccone che se la spassava al caldo mentre essi sgobbavano battendo i denti, i dipendenti del conte addestrarono l'innocente uccello a pronunciare il nome del signore accompagnandolo con un epiteto che ne metteva in dubbio la moralità. Al ritorno dalla dorata vacanza, il patrizio non fece tempo a varcare la porta di casa che Loreto gli spiattellò la frase insolente. Riunita la servitù, l'iroso conte impartì un ordine crudele, il povero pappagallo sarebbe stato cacciato dal piano nobile della villa e relegato nella stalla dove avrebbe vissuto insieme ai buoi. La condanna venne eseguita, ma nella insolita prigione il grande pappagallo non resistette a lungo, contratta un'infezione dagli animali che vi erano rinchiusi, in breve tempo perse le sue splendide piume e morì. I maligni (la Campuria ne è sempre stata piena) dissero che il conte era, come tutti i potenti, un brutale nemico della libertà di parola.
Anche nel caso di Trinchetto le malelingue hanno tirato in ballo la libertà, quella che l'animale avrebbe cercato dopo anni trascorsi a ripetere paroline stupide per rallegrare il suo proprietario senza altra ricompensa che una vaschetta di dolciumi.
Ho pensato a queste vicende di pappagalli quando un importante leader della destra italiana ha voltato le spalle al suo capo partito per sottrarsi alle attenzioni pelose che quell'uomo ricchissimo e i giornalisti alle sue dipendenze gli rivolgevano. Non è passato molto tempo da quando un altro sfortunato uomo politico, di colore diverso da lui proprio come il rosso Ara è diverso dal cenerino, finì in malora lontano da tutti dopo aver ricevuto doni ambigui da quel capo dissoluto e corruttore.
Le analogie tra uomini e pappagalli finiscono qui, noi tutti ci auguriamo che il leader fuggito di recente non faccia la fine di quell'altro tragicamente scomparso.
Ora si impone una morale, a dire la verità la morale migliore di ogni racconto è quella che i lettori traggono per conto proprio, ma temo che gli editori mi accusino di essere troppo sbrigativo e non vorrei contrariarli (per chi si affacciasse per la prima volta sulle pagine della rivista spiegherò che i due nasoni neri che compaiono ai lati dei profili colorati dei redattori appartengono a loro), così cercherò di arricchire questa cronaca con una conclusione più articolata.
Io, tanto per trovare una morale ai due episodi, direi: ecco cosa succede a fare i pappagalli. Ma citando Collodi si può ricavare una morale assai più stringente: chi sale sul carro di Mangiafuoco credendo di arrivare nel paese dei balocchi, è sciocco come un ciuchino, e con la sua pelle ci fanno un tamburo da parata.
Giovanni Zanzani


Giovanni Zanzani

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La prossima cronaca verrà pubblicata il 24 maggio 2010

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