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Al strigh

(le streghe)


Secondo la tradizione, ci sono tre modi per diventare strega: per commercio fisico con il Demonio, per eredità (discendendo da madre strega, o da padre stregone), o per aspirazione propria; è poi convinzione popolare che, anche colei che provasse un'invidia acuta per altra persona, potesse divenire strega. Mentre, però, nei primi tre casi, il fatto di essere strega aveva un carattere definitivo e perpetuo, in quest'ultimo, la strega, sarebbe rimasta tale, in forma limitata e temporanea. L'aspirante strega, doveva seguire un rituale particolare, il quale prevedeva che ella si ponesse sotto la cappa del camino e descrivesse un cerchio in terra, poi doveva recitare una formula oscena (che non ci è pervenuta) e compiere alcuni gesti rituali, infine era necessario che si inginocchiasse, con le dita poste sulla fronte a mo' di corna ed attendesse con la bocca aperta. Il demone invocato, con un boato, entrava nella gola dell'aspirante strega, dalla cappa del camino, sotto forma di calabrone. Le streghe della Romandìola, sono sempre vecchie, laide, lerce e orribili; sdentate, col naso adunco e gli occhi sporgenti. Sono feroci ed odiano, soprattutto i bambini appena nati, del cui sangue sono ghiotte.
Per smascherare la strega, bisogna recitare questa formuletta: "Striga, striga Baldisserä / s't'si una striga, pesse in tera" (strega, strega Baldisserra / se sei una strega, piscia in terra), ciò obbligherebbe la strega, a lasciare in terra una traccia evidente della sua vera natura. Pare che avesse la stessa reazione fisiologica, anche se la si faceva sedere presso un fuoco di foglie, corteccia e radici di fico. Qualche misterioso impulso, costringeva inoltre la strega, a fare nove nodi a tutte le corde che incontrava sul suo cammino, facendosi così riconoscere.
Così come le fate, anche le streghe hanno i loro congressi, ai quali giungono da ogni dove, a cavallo della scopa, oppure in groppa al loro demone personale che, per l'occasione, usa mutarsi in varie forme animali: il gatto (nero o rosso), il gufo, il rospo, la civetta, la serpe, il caprone, il pipistrello e il calabrone. I congressi cominciano alla mezzanotte e, prima di dare inizio alla loro cavalcata notturna, verso il luogo prescelto, le streghe si preparano cospargendosi il corpo con un unguento e recitando una formula rituale (che ci è sconosciuta).
Una curiosa usanza della Romandìola (presente anche in molte altre zone), era quella di non gettare mai i gusci d'uovo nelle immondizie, o abbandonarli altrove, bensì di gettarli nel fuoco, in quanto vi era la credenza che, ogni guscio d'uovo trovato abbandonato, fosse utilizzato dalle streghe, come una sorta di barchetta aerea, per recarsi ai loro congressi.
La tradizione, distingue tre tipi di congressi: quello quotidiano, che si tiene ogni notte nei crocicchi, quello settimanale, che si svolge il sabato e quello generale, che si tiene ogni anno, la notte di San Giovanni, sotto il noce di Benevento, detto anche il "grande sabba". I luoghi di raduno più conosciuti tra quelli scelti, dalle streghe della Romandìola, per i loro congressi quotidiani (o settimanali), erano, secondo tradizione: il Barco di Ferrara; la spianata della Mirandola; i tre crocicchi dei prati della Minarda (al confine tra le provincie di Forlì e di Ravenna, verso la marina); i pré dla Marlaza (i prati della Merlaccia) a Villanova di Bagnacavallo; il crocicchio dal quale partivano le strade per Riolo, Mazzolano, Badia di S.Pietro e Castelbolognese; i Sët Crusiri (i Sette Crociari), tra Bertinoro e Cesena; il crocevia di Settefonti, sul crinale della valle del fiume Sintria, sulla strada che, da Casola, va a Brisighella; il "crocicchio delle sei vie", o "della pioppa", nei pressi di Cà di Lugo; l'incrocio delle "quattro Madonne", nell'immediata periferia di Massalombarda, verso Imola. Ogni crocicchio, però, è molto pericoloso allo scoccare della mezzanotte, a meno che non si adottino alcune precauzioni. Bisognerà tenere il mento ben appoggiato nell'interspazio fra le punte di un forcone e, quando le streghe di passaggio pronunceranno la frase di rito: "Ben stèga chi ha da sté"(ben stia chi deve stare), converrà rispondere: "Ben vega chi ha d'andé"(ben vada chi deve andare). Colui il quale, dopo essersi avvalso dell'immunità della forca, avesse rivelato il nome delle streghe viste al crocicchio, veniva colpito da una misteriosa malattia che durava tre anni.
Per quanto riguarda il "grande sabba" de noce di Benevento, il rituale ci è pervenuto pressochè integro. Come ci informa la tradizione popolare, la cavalcata notturna verso il noce, era guidata da Herodiade (ovvero Salomè che, a volte, prende il nome di Benoria o Benodia), forse in contrapposizione a San Giovanni, conduttore delle fate).Giunte al noce, le streghe, si disponevano in circolo, gridando un'invocazione a Berlicche (questo è il nome attribuito al Diavolo in Romandìola). Dopo che l'invocazione di rito (anche questa non pervenuta), era stata ripetuta per la terza volta, Berlicche appariva sotto forma di grande fiamma. Nel frattempo, le streghe preparavano una grande caldaia, nella quale mettevano a bollire erbe velenose, fiele di caprone, sacchi di fave, ossa di morti, pelle di topi, capelli di vergine bionda ed, elemento essenziale di quel lesso infernale: dita di bambino. Pronto l'orribile intruglio, iniziava l'orgia, fra danze oscene, miagolii, urla e guaiti, mentre tutto attorno apparivano fiamme improvvise e sinistri bagliori. Tutto questo aveva termine al primo canto del gallo; con l'apparire delle prime luci dell'alba, mentre un vento misterioso metteva a tacere ogni cosa, già le streghe erano tornate ai loro siti di provenienza. A proposito del noce di Benevento, circola in Romandìola, la föla che segue.

A S.Potito, viveva un gobbo che aveva una moglie così brutta e sgangherata, che tutto il paese la considerava una strega. Una notte d'estate, al gobbo venne da "andare di corpo", uscì in camiciola e s'accovacciò sotto un olmo; mentre era così messo, sentì passare sulla sua testa, folate improvvise di vento, impaurito, si sbrigò alla meglio e si affrettò a tornare a casa. Quando fu sull'uscio, vide la scopa mal riposta in terra, imprecando contro la Mingona (così si chiamava la moglie), fece per raccoglierla, allorchè questa, in un baleno, lo prese a cavalcioni, lo sollevò per aria e cominciò a volare. Il poveretto, si rattrappì ancor più di quel che già non fosse e si raccomandò a Sanputì (S.Potito), promettendogli un bel cero ogni sabato, in caso di salvezza. Così, volando giunse al noce di Benevento, dove la scopa lo depositò in terra. Credette di morire di paura, quando vide la piana del noce piena di orride megere, gatti, serpi, pipistrelli, rospi enormi e gufi; si nascose in un tronco d'albero cavo e cominciò a piagnucolare piano. Ora, le streghe, si erano messe attorno ad un enorme calderone che rimestavano con i manici delle scope, ballando sgangheratamente e ululando fra sinistri bagliori; al gobbo, allora, scappò un'incontenibile risata, uditolo, le streghe si fermarono ed incominciò al caccia all'intruso. Sebbene si fosse rannicchiato il più possibile nel suo buco, il gobbo fu ben presto scoperto e trascinato verso il pentolone. Aveva perso ogni speranza di non finire lessato, quando, quella che sembrava comandare quel gruppo di megere, gli chiese come si trovasse li a quell'ora; il gobbo fece appello alle ultime forze rimastegli e raccontò quel che gli era capitato. Infine aggiunse come, da ballerino ricercato quale egli fosse, conoscesse tutti i tipi di ballo: dalla "giga" alla "manfrina" ed al "manfrinone", dal "ballo dell'oro" alla "galletta" ed alla "lavandaia", nonché la "carmagnola", il "trescone", la "civetta", la "gagliarda" e "morto Sansone", cosicchè non aveva potuto trattenere una risata, nel vederle ballare così sgangheratamente. Le streghe incuriosite, gli chiesero di dimostrare coi fatti, tutta la sua maestria di ballerino ed il gobbo cominciò a ballare, come un ossesso, i balli più indiavolati che conoscesse. Vedendo quel gobbetto in camiciola, balzare su e giù così scatenato, le streghe si divertirono un mondo, tanto che, non solo rinunciarono a lessalo, ma, presa una sega di burro, gli segarono via la gobba e lo rispedirono a casa sulla scopa. L'indomani a S.Potito, quando lo videro passare baldanzoso, senza più la gobba, credettero di sognare. Abitava nelle vicinanze, un altro gobbo invidioso che gli si appiccicò addosso finchè non riuscì a carpirgli il segreto di quel prodigio. L'anno dopo, presa la scopa della Mingona, anche lui volò al noce e ripetè quanto fatto dall'altro, ma allorchè iniziò a ballare, fu talmente sgraziato e goffo, che le streghe si irritarono e lo conciarono così male da non lasciargli un osso sano in corpo. Per giunta, presa la gobba del primo, gliela appiccicarono sul davanti e lo rispedirono da dove era venuto. Egli visse, per quel poco che gli rimaneva da vivere, così conciato.

La strega lancia i suoi malefici in vari modi: attraverso formule magiche, con filtri, per mezzo dello sguardo, o attraverso oggetti appartenenti alla persona da colpire (lembi di vestito, capelli, ecc.). Le formule magiche sono molto misteriose, a volte accompagnate anche da sacrifici rituali di piccoli animali, come colombe e tortorelle. È d'obbligo tracciare un cerchio in terra, all'inizio del rito, per propiziarsi la presenza e l'aiuto di Berlicche, pare che la strega usi deporre i propri escrementi, al centro del cerchio stesso.
I filtri sono composti da erbe velenose, colte presso una sepoltura, alla mezzanotte di una notte di luna piena; oppure si tratta di unguenti fatti con bava di cane, sangue di caprone ed altre nefandezze simili. Le ossa di bambini appena nati, sono l'elemento più potente di queste misture; devono essere poste a bollire in un alambicco, al fuoco della pece greca, dall'una alle tre di notte, mentre la strega pronuncia parole rituali.
Il maleficio più potente è il "malocchio", che può essere anche mandato a distanza, tramite formule rituali, recitate su oggetti personali della vittima (di preferenza, venivano usati capelli tagliati a mezzanotte, durante il sonno), ma anche col semplice sguardo della strega incrociata per strada.
I "legamenti", sono quei malefici fatti ponendo nel giaciglio della vittima, capelli intrecciati, o sacchetti con polvere d'ossa di morto, o ancora, intrecciando in forme simbolico-rituali, le stesse piume dei cuscini, o crini dei materassi.
La tradizione popolare, ci tramanda altri sistemi per fare malefici di varia natura. Uno consisteva nel porre un gatto nero sulla brace, chiuso all'interno di una pentola senza acqua; bisognava lasciarlo così (il poveretto!), finchè non ne fosse rimasto che lo scheletro, indi, con un osso della coda, si sarebbe potuta compiere qualsiasi stregoneria. C'era poi un curioso sistema, che permetteva di infliggere sofferenze a distanza: occorreva strappare un capello alla vittima e, con questo, legare la coda di un rospo; si doveva poi porre l'animale presso l'èbi (piccolo serbatoio in pietra un tempo utilizzato in campagna) del pozzo, la vittima avrebbe sofferto fino a quando non si fosse slegata la zampa al rospo.
C'era poi la cosiddetta pedga tajeda, che consisteva nel tagliare la terra in corrispondenza dell'orma del piede della vittima, raccoglierla in un sacchetto legato e nasconderla in un ripostiglio, su per la cappa del camino. Tale maleficio, cessava solo se il legamento veniva "guastato", dalla stessa persona che lo aveva fatto e la terra veniva dispersa.
Esistono, fortunatamente, svariati sistemi per proteggersi dalla strega e per sciogliere i suoi malefici. Per difendersi dal suo sguardo incontrandola, ad esempio, conviene accavallare l'indice sul pollice, di entrambe le mani e chiuderle a pugno, fuori dalla vista della strega stessa. Per impedire che una strega entri in casa, è necessario stendere una scopa attraverso la porta, infatti la maligna, non può scavalcare, né toccare una scopa, senza esserne subito sollevata in volo, quindi ella si limiterà a richiedere che si tolga l'ostacolo, per non essere scoperta.
Per quel che riguarda i legamenti, ove scoperti, è necessario fare bollire tutti gli indumenti della vittima e sforacchiarli con uno spiedo; così facendo, la tradizione vuole che, l'autrice del maleficio, sia costretta, da qualche forza sconosciuta, a presentarsi alla porta e disfare il maleficio.
Un'efficace sistema per scoprire e scongiurare il malocchio, è quello di "misurare la persona" maliata, mediante un sistema complesso di misurazione a spanne e la ripetuta recita di una formuletta rituale: "San Zvàn a me, melòcc a te"(San Giovanni a me, malocchio a te).
Altro sistema per proteggersi dai malefici, era quello di portare al collo, o comunque indosso, un pezzo di cera detto "dei triangoli" o "dei tre angoli" (e perché non pensare ad una storpiatura di "tre angioli", che richiamerebbero alla memoria il mito dei tre angeli della culla e delle fate antagoniste delle streghe?), ossia una specie di candela, fatta con le gocce e le scolature del cero pasquale.
Talismano efficacissimo contro i malefici, è indossare i panni esposti alla guazza della notte di San Giovanni (il ricorso a tale sistema, avrebbe anche, come effetto benefico secondario, il proteggere i panni stessi, dal tarlo).
Ovviamente, col cristianesimo, i prit (i preti), hanno assunto il ruolo di esorcisti per eccellenza; senza neanche bisogno di particolari accorgimenti, ad esempio, basta che durante la celebrazione della Messa, all'orate fratres, essi si voltino verso la platea, per distinguere le brave cristiane dalle streghe (grazie a particolare segni diabolici che apparirebbero sul volto di queste ultime, come ad esempio, piccole corna ritorte sulla fronte). Questa particolare capacità verrebbe poi trasmessa a chiunque riuscisse ad osservare, a sua volta la platea, calcando con il proprio piede, quello del celebrante.
Una monetina nell'acquasantiera (la tradizione parla di un "mezzo Paolo", di tre centesimi, o anche di tre "ghiaiuoli"), impedirebbe alla strega di uscire dalla Chiesa; solo il prete avrebbe potuto sciogliere l'incantesimo, accompagnando per mano la strega, fin sul sagrato. È ovvio poi che, la Chiesa, sia il luogo ove la strega risulta maggiormente vulnerabile, infatti, in tale luogo, basterebbe gettarle un granello di sale (altre fonti parlano di un intero pugno) sulle carni per provocare, sulla malcapitata, un'abbondante evacuazione di orina. Se poi le si lascerà cadere un po' di miglio, tratto da una spiga maturata di recente, sul capo reclinato durante l'elevazione, le si potrà impedire di uscire dalla Chiesa stessa, salvo non la soccorra, ancora una volta, il prete. Lo stesso effetto lo si può ottenere stendendo una guida di cavallo attraverso la copertura della Chiesa, o gettando sul sagrato, una testa recisa di gatto nero (sempre lui, poveretto!).
L'agonia della strega è lunga, terribile e non può avere fine se questa non trova chi accolga il suo patrimonio malefico, infatti, prima di raggiungere i demoni con i quali ha avuto commercio in vita, ella deve lasciare i propri oggetti magici e confidare i segreti della sua magia ad una compagna, che accetti consenziente, o per carità, questa sua eredità: solo così potrà avere pace.

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