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Origine della fata

"Or avendo cominciato gli uomini a moltiplicarsi sopra la terra ed avendo avuto delle figliole, i figli di Dio videro che le figliole degli uomini erano belle e sposarono quelle che, fra tutte, loro piacquero" (Genesi: VI, 1-2).

Forse da questo brano (che ancora fa discutere i dotti della Chiesa), trasse origine l'interpretazione tradizionale cristiana, diffusa anche in Romandìola, che tenta di spiegare l'origine delle fate (coinvolgendo anche i folletti). Probabilmente, le origini di questi ed altri personaggi mitici, sono più antichi della Romandìola e del cristianesimo stesso; essendo patrimonio ancestrale radicato e non potendo essere estirpato dalla nuova religione, come spesso succede, ne fu assorbito. Ma, non essendomi preposto il compito di scrivere un saggio sulle origini dei miti, bensì quello di fare un censimento del popolo fatato della Romandìola, così come la tradizione popolare ce lo ha conservato, a questo buon fine, vada la föla che segue, riportata così come ci è pervenuta.

Un tempo in Paradiso, tutto andava bene: c'erano prati verdi, giardini fioriti e ruscelli, ed era sempre primavera; angeli e angioletti, cantavano e ballavano fra le nuvole, tutto il giorno. Domeneddio amava fare passeggiate e schiacciare pisolini, in mezzo a tutto quel giocoso frastuono ed, ogni tanto, controllava quel che succedeva nel basso mondo. Ma, un giorno, Lucibello (che era il primitivo nome di Lucifero), si stancò di suonare e cantare appollaiato sulle nuvole tutto il giorno. Egli era un angelo bellissimo, con lunghi capelli biondi e grandi occhi azzurri; pieno di se, si ribellò alla sua condizione quotidiana e trasse dalla sua parte altri Cherubini. Il Padreterno perdette ben presto la pazienza e, con l'aiuto degli angeli rimastigli fedeli, li scaraventò giù dai cieli e li precipitò all'Inferno. Là, quel loro aspetto che li aveva tanto inorgogliti, mutò nella peggior sembianza: al posto della stellina che avevano sulla fronte, crebbe un paio di corna, i bei capelli biondi, divennero serpenti vivi e le candide ali piumate, si trasformarono in enormi ali di pipistrello. Alcuni angeli dal cuore tenero (rimasti, per così dire: neutrali), soffrirono nel vedere la triste fine dei compagni, si rattristarono e piansero, altri, i più piccoli, si disinteressarono a ciò che succedeva e continuarono a fare capriole sui prati e piluccare more dalle siepi. Domeneddio condannò, questi e quelli, a vagare in eterno per il basso mondo. I più piccoli, con la loro berrettina rosa, fecero subito comunella coi bimbi e si affezionarono alle ragazze; passavano ogni momento ad organizzare giochi e scherzi, così che, dalla fantasia popolare, furono chiamati folletti. I più grandi, coi loro lunghi capelli biondi ed i loro occhi azzurri, fecero subito innamorare le figlie dell'uomo e, dal bacio dell'angelo errante alla vergine terrena, nacque la fata.

Per tradizione, questa unione fra natura umana e divina, avveniva sul far dell'alba, quando l'ultimo velo di sonno, faceva vivere l'evento alle fanciulle, come un sogno.

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