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La flora fatata

Alcune erbe, fiori e piante hanno, per tradizione popolare, il potere di propiziare la presenza benefica delle fate e preservare dai malefici delle streghe. Il ginepro, il mirto, la maggiorana e la ruta, ad esempio, erano erbe sacre alle fate, alla cui frescura e profumo, amavano intrattenersi gioiosamente. Alcuni riti che servivano loro per mutare aspetto, prevedevano l'uso di erbe e fiori, quali: essenza di rose, o di rosmarino, foglie di ulivo, semi di lavanda.
Le bacche del ginepro, che cresce lungo la costa ed all'interno, erano usate, aggiunte ad altre erbe, per preparare filtri d'amore. Un sacchetto delle stesse bacche, portato indosso, o un ramoscello appeso alla porta, proteggerebbero dai ladri e dai malefici.
L'alloro, misturato ad altre erbe, assumeva il potere di guarire varie malattie ed alcune sue foglie, poste sul cuscino, pare favorissero il bel sogno. Per sognare l'innamorato, le ragazze, usavano anche mangiare, con l'insalata, qualche foglia di rocla (eruca sativa); però era meglio non condirla, altrimenti si sarebbe sognato l'innamorato malconcio.
Anche la lavanda, simbolo di gioventù, che prospera un po' ovunque, in Romandìola, appartiene alla flora fatata: un sacchetto di questa, posto in mezzo alla biancheria, si pensava desse alla persona, che avesse indossato tali capi, un particolare fascino. Le ragazze ben lo conoscevano quale elemento base per filtri d'amore ed altre misture, ma si pensava che esercitasse un benefico influsso, anche sulle coppie già formate.
"L'erba dell'invidia", era utilizzata contro il malocchio, quando il colpito era un bambino (pare, però, che funzionasse anche per i bovini); allo scopo, era necessario farne un infuso cotto nel vino, ma bisogna conoscerla bene, perché ne esistono tre tipi (hivartetica officinale, syderitis heraclea e anagalis).
Anche "l'erba della Madonna" (sedum sexangulare), o "erba spigola", che era conosciuta per il suo grande potere cicatrizzante, assolveva allo stesso compito, se la sua bollitura veniva messa nell'acqua dei bagni del bambino colpito. Quando la vittima, invece, era un adulto, si usava farlo urinare per tre mattine consecutive, sopra una pianta chiamata "pianta in domo" (piantidomina): se la pianta seccava, la vittima sarebbe guarita, altrimenti ne sarebbe morta (stessa cura, pare valesse anche per guarire dall'itterizia).
La ruta, era utilizzata come talismano anti-strega, se posta all'interno della culla, o tutto intorno ad essa. Numerosi erano i talismani anti-strega a protezione della persona, dei quali la tradizione ci ha conservato, almeno, il ricordo, come il sacchetto all'interno del quale era contenuta una mica di lievito e che veniva portato cucito sui panni; o il breve che conteneva sette granelli di frumento, tre foglie di ulivo benedetto e tre cristalli di sale.
Si usava, poi, bruciare l'ulivo benedetto, o inserirlo fra i regoli delle finestre, per proteggere la casa; oppure, porlo ai quattro angoli del campo, per ottenerne uguale protezione (pare fosse particolarmente efficace, contro la grandine). Per la protezione delle abitazioni, però, la più utilizzata, soprattutto nelle zone di collina, era la carlina (carlina acaulis), un cardo selvatico che, se posto sulla porta di casa, serviva a sbarrare il passo alla strega che volesse introdurvisi. Un'oscuro sortilegio, infatti, costringerebbe la maligna a contarne le mille inflorescenze, prima di poter accedere alla casa, ciò consentirebbe alla luce del sole di sorgere, mettendo in fuga la strega. Una cipolla chiamata canina, invece, serviva a preservare bestiame e biade, dai malefici.
Malattie più o meno nobili, trovavano in erbe e frutti, magiche possibilità di guarigione; così, contro le emorroidi, pare valesse tenere indosso il "marrone della febbre" (aesculus hippocastanum), chiamato in questo modo perché, se posto sotto al guanciale dell'ammalato di febbre perniciosa (malaria), sarebbe stato capace di guarirlo immediatamente. Pare che, lo stesso frutto, se portato indosso, fosse anche un efficiente amuleto anti-stregonico. Le febbri malariche erano anche curate con un infuso di genziana, nel vino bianco schietto: per guarire occorreva berne un bicchiere, nei giorni in cui, la febbre intermittente, non fosse presente.
Il "fuoco di Sant'Antonio", era curato con un'erba, detta appunto: "erba de'fugh" (gerianium robertianum).
Prodigiose virtù curative acquistava l'olio d'oliva, se vi si fosse tenuto immerso uno scorpione catturato nel tempo che il sole transita nella costellazione del leone; se, invece, nello stesso olio, fossero messe a bollire le formiche catturate nei grappoli d'uva (formicula auricularia), si sarebbe ottenuto un balsamo efficacissimo per la cura del rachitismo dei bambini.
Il succo di un'erba chiamata spion, serviva per curare le ferite di arma da taglio; quello dell'erba "ciocca", se bevuto, faceva cessare i dolori di pancia; mentre, mordendo un ramo di melo selvatico per tre mattine consecutive, si guariva dalla "tigna".
L'accia turchina (detta accia "cruda"), se annodata stretta attorno all'arto, serviva a prevenire i crampi, o se già presenti, ad alleviarne il dolore.
Un curioso sistema per guarire il mal di testa, consisteva nel mettersi nelle narici, due piccoli ciuffi di un'erba chiamata sangunela, poi, con le giunture dei pollici chiuse a pugno, si doveva picchiare sul naso dicendo: "Sangunela, sangunela, tri quattren una scudela" (sanguinella, sanguinella, tre quattrini una scodella); per ottenere lo scopo, era necessario continuare così, fino a che il naso non sanguinasse.
Per far passare i pori, li si doveva bagnare col succo bianco del gambo dei fichi acerbi.
Per l'insonnia, era invece consigliato mangiare il finocchio crudo.
Per quanto riguarda il gelsomino, simbolo di amabilità (magico per la cura del "mal cupo"), anche qui, era la credenza popolare che derivasse i propri poteri dal fatto che, Maria usasse stendere i pannolini di Gesù, su di una siepe di tali fiori, che cresceva nelle vicinanze della capanna di Nazareth. Un'altra di queste leggende popolari, stende un'aurea di cristiana magia sulla palma, la quale, per ordine del bambino, avrebbe abbassato i suoi rami per coprire la sacra famiglia, durante la fuga in Egitto e celarne la vista agli inseguitori.
Anche le galline, avevano i loro frutti fatati: la fava, ad esempio, era data loro per propiziarne la cova ed i fagioli dall'occhio, onde evitassero di depositare "uova acerbe" (così erano chiamate le uova dal guscio troppo sottile).
Nel fiore dell'ortica, si riteneva fosse riposto e'bè de'Paradis (il vino del Paradiso), che i bambini usavano succhiare con avidità.
La tradizione popolare voleva che, tutte le erbe ed i fiori, se bagnate dalla rugiada nella notte di San Giovanni, assumessero particolari virtù: il garofano, ad esempio, avrebbe assicurato reciproca fedeltà d'amore, a coloro che se lo fossero scambiato. Con le stesse finalità, si usava scambiarsi il poetico "spigo azzurro", che simboleggiava affetto innocente, o il fiore di lavanda.
Le ragazze, all'imbrunire, usavano mettere sui davanzali, bacinelle di acqua con petali di rose e gerani, messi a macerare con mentuccia, canfora ed "erba della Madonna"; con questa lavanda, purificata dalla rugiada della notte di San Giovanni e perciò detta aqua ad San Zvan (acqua di San Giovanni), poi si bagnavano, per avere salute e bellezza. Così l'aglio inguazzè (intriso) di guazza (rugiada), si conservava per almeno un anno e guariva da tutte le doglie. Lo spigo, mietuto al mattino e riposto fra i capi del corredo, profumava di salute il letto e la persona. A Ravenna, il 24 giugno, si teneva la Fira ad Sa'Zvan, o Firéta, durante la quale si vendevano mazzetti di lavanda legati con una fettuccia di seta rossa, ortaggi, erbe e fiori, "toccati" dalla rugiada portentosa. Nella notte di San Giovanni si andava, poi, alla ricerca del fantomatico "seme della felce" che, secondo la tradizione, nasceva e spariva, nel giro di un'ora: chi l'avesse trovato, ne avrebbe tratto fantastici benefici.

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