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Al fêld

(le fate)


Dare una descrizione fisica univoca delle fate, è praticamente impossibile, in quanto hanno la capacità di trasformarsi, a piacimento, in qualsiasi forma vivente o cosa ed amano farlo, come una fanciulla ama cambiarsi di vestito. Pare che, solo durante i loro congressi, appaiano nelle naturali fattezze di allegre adolescenti bellissime, dai vivacissimi occhi e dai lunghi capelli, spesso intrecciati ed inghirlandati di fiori. Molte di loro, preferiscono mantenersi invisibili, o assumere le più svariate forme; una delle più utilizzate, soprattutto dalle fate della Romandìola, è quella di paffuta vecchina, dalla lunga treccia bianca.
Talune di loro sono munite di ali bianche, altre si spostano volando, grazie alla bacchetta magica della quale sono fornite. In alcune favole, le vediamo viaggiare su piccoli cocchi di pietre preziose, trainati da topolini d'argento, o su conchiglie di madreperla, trainate di passerine azzurre. Molta parte della tradizione folkloristica, le vuole aggregate al "piccolo popolo", del quale assumerebbero anche le dimensioni, condividendone balli e giochi. In questo caso prediligono, quale mezzo di trasporto, le gracili spallucce dell'allegro folletto dalla berrettina rosa. Comunque, come detto, possono assumere qualsiasi forma e dimensione, a loro piacimento; o, talvolta loro malgrado, in espiazione di qualche mancanza. Non è raro, infatti, che la loro folle passione per i neonati, le induca a commettere qualche dolce peccato d'amore con un giovane pastore, o qualche baldanzoso contadinello. Ne devono poi rispondere ai loro congressi ed il castigo inflitto loro, è spesso l'obbligo di vivere, per qualche tempo, in forme animali (pecorine, rondini, colombe, cerbiatte, gazzelle, ecc.). Terminato tale periodo, le fate ritrovano la loro verginità, bagnandosi in certe sorgenti fatate di montagna...
Per le loro metamorfosi, usano aiutarsi con formule e riti magici che spesso celebrano bagnandosi in sorgenti solitarie, o aspergendosi con essenza di rose, di lavanda, di rosmarino, o foglie d'ulivo ed utilizzando la loro bacchetta magica. Qualche volta, si aiutano anche con particolari amuleti (strani sassolini, o pietre preziose: turchesi, ametiste, o ancora, con la famosa gemma verde) ai quali bastava domandare: "Pietruzza mia pietruzza...", "Anello bell'anello...", "Gemma mia gemma...", per ottenere di trasformarsi in qualsiasi forma desiderata.
Secondo la tradizione, gli animali dei quali preferiscono assumere le sembianze, sono: l'usignolo, l'allodola, la tortorella, la pecorina, i piccoli cani, la colomba, il topolino bianco e l'anguilla; dovendo raggiungere vette di monti, non è raro vederle trasformarsi anche in aquile, ma quasi sempre, prediligono forme piccole e gentili. Con la stessa facilità, talvolta, la fata assume l'aspetto di cose inanimate, come l'anello per mezzo del quale stringe il dito della protetta, ogni qual volta, questa, sta per commettere una cattiva azione. In alcune favole, la vediamo trasformata in piccola nube scorrazzante nel cielo, in ago, o in altri utensili domestici; in altre, la si trova trasformata in rosa, o altro fiore, per farsi cogliere dalle mani amorose di qualche bel giovanotto.
A scadenze fisse, come accennato, le fate tengono i loro congressi, il più importante dei quali, si svolge a maggio, in località particolarmente ridenti, spesso presso sorgenti solitarie, nelle cui acque amano bagnarsi all'alba. Streghe o altri esseri maligni, qualche volta, riescono a compiere malefici su tali acque, così, se le fate poi vi si immergono distrattamente, senza prima aver pronunciato la formula magica protettrice, o senza aver indosso l'amuleto, ne restano ingravidate. Ai loro raduni arrivano da tutte le parti, a frotte e con ogni mezzo; all'alba, nella stagione calda, nel primo pomeriggio, in quella fredda. In tale occasione, ogni fata è tenuta a rendere conto del proprio operato ed è appunto in questa sede, che le eventuali colpevoli, sono punite per qualche loro azione sconsiderata. Si tratta quasi sempre di scappatelle amorose, o qualche eccesso di vendetta; infatti, se le si offende, le si disubbidisce, o le si trascura, essendo molto permalose, esse si vendicano, talora anche in modo esagerato. Ma sono generose con chi è gentile con loro e non lesinano doni, spesso fatati. Ad un uomo che tornava dal mulino, con un sacco di farina e che le sorprese presso un ruscello di notte, mentre facevano il bucato, per il solo fatto che questi le aveva salutate gentilmente, dicendo: " Ov'feza riuscida la vostra bughé!" (vi faccia riuscita il vostro bucato), queste risposero: "A te o feza riuscida la farena ch't'e inte sach" (a te faccia riuscita la farina che hai nel sacco) e quel sacco di farina durò diversi anni.
È durante i loro congressi che, alle fate, vengono affidati particolari incarichi: ci sono quelle addette alle culle; quelle che hanno il compito di proteggere gli innamorati, o le orfanelle e tutti i diseredati in genere; quelle che dovranno difendere i piccoli animali (come la pecora dal lupo, o il passero dal falco); altre vengono poste di guardia ai ponti o ai valichi, dove le forze maligne tendono agguati ai viandanti, ed altri compiti simili, adatti a questi genietti benefici.
Qualsiasi posto è buono per il loro riposo, se le aggrada (facendosi piccole piccole, di prima sera): nel guscio di una conchiglia, in un albero cavo, nel bozzolo di una farfalla, su per la cappa del camino, sulla quercia nell'aia, nei pignattini del pagliaio, nei calici dei fiori, nei gusci delle mandorle selvatiche, sui rami di un melo, o, ancora una volta, presso le acque limpide dell'ennesima sorgente solitaria, di montagna.
Molte fate vivono in un loro palazzo di cristallo, in fondo al mare, dove vanno a riposare all'imbrunire e dal quale escono all'alba sciamando in scintillanti cavalcate a volo, durante le quali, appaiono nelle loro vere sembianze di bellissime giovani. Altre vivono in casupole nella foresta, sulle quali brilla, perenne, un lumicino, che serve ad aiutare il viandante perso nella notte e dalle quali, all'alba, escono per unirsi in lunghe processioni di nonnine dalla cuffietta bianca, con la conocchia sotto il braccio, mentre fanno frullare i fusi. Soprattutto nella parte montuosa della Romandìola, tali processioni, passano alla vigilia del "giorno dei morti" e la notte di Natale, o dell'Epifania e gradiscono molto l'offerta di piccoli pani bianchi o focaccine, che vengono lasciate, per propiziarsele, sui davanzali delle finestre.
Come visto, ogni fêlda, o gruppo di fêld, ha un incarico particolare, ma anche un nome proprio; alcuni di questi nomi sono stati resi noti da antichi novellieri, altri rimarranno per sempre sconosciuti, o dimenticati.
Occuparsi dei neonati è un piacere per tutte le fate in genere, ma soprattutto a tre di esse è affidato questo preciso compito, un fine poeta e studioso di folklore, volle dare loro i nomi di: Sanoi, Sansanoi e Sammagalaph, ricollegandole così, ai tre angeli della leggenda di Lilith, la prima moglie di Adamo (Lilith la strega). Di queste tre vecchine (così sono spesso descritte), una porta il fuso e la conocchia, l'altra una meridiana e la terza, la bacchetta magica. Per propiziarsi la protezione delle "fate delle culle", erano in uso vari sistemi; uno di questi consisteva nel tenere accesa una candela al momento del parto e pronunciare alcune parole magiche (che purtroppo non ci sono pervenute), avendo l'accortezza di accertarsi che, durante il rito, nessun uomo fosse presente nella stanza. Soprattutto nelle zone montuose, si usava accendere bracieri di legna nella camera della partoriente, o ravvivare una gran fiamma in cucina, sulla quale, una mano innocente di bimbo, avrebbe dovuto gettare un bicchiere di acqua santa, o bruciare un ramoscello di ulivo. Dopo la nascita, era altresì in uso, passare il neonato nudo, per tre volte, sulla fiamma del focolare. Altro rito propiziatorio, era quello di toccare il neonato con la catena del focolare, la paletta, le molle, o gli alari. Per garantirsi la protezione delle tre fate, contro i malefici, era anche in uso annodare, attorno al polso del bimbo, un filo di lana rossa (in alcune versioni celeste). Si usava anche mettere, sotto il cuscino del neonato, un cartoccio di fuliggine benedetta con l'acqua dell'acquasantiera. Un'usanza molto diffusa in tutta la Romandìola, era quella di porre la partoriente, durante le doglie, presso la pietra del focolare (da qui il detto: "Avé la mòi ins l'auròla"). A volte, il passaggio delle fate dalla camera nunziale, era rilevato dai segni di rabbia e di dispetto, che lasciavano le streghe vistesi precedute: sterco di caprone, bava di rospo, o la loro stessa cacca, che abbandonavano sotto il lettino del neonato.
Sono descritte come vecchine molto pulite e simpatiche, anche le "fate del focolare", che sono simili a nonnine ed hanno il compito di difendere gli abitanti della casa, dai malefici dei mostri della notte.
Le "fate dell'alba" sono fanciulle stupende, quando non sono in giro a compiere le loro buone azioni, esse vivono in un palazzo incantato in fondo al mare (per questo sono anche dette: "fate del mare"), dove fanno da ancelle al sole, del quale si ritengono figlie. Una di esse è fata Stella-Diana, la "fata degli specchi", essa viene spesso confusa con un'altra fata dell'alba, di nome Turana (le fate appartenenti allo stesso gruppo, vengono spesso confuse tra loro). Con questa formuletta, si richiamava l'attenzione della fata, invocandone la protezione, prima di intraprendere un viaggio: "Turana Turana / rispondi a chi ti chiama / di beltà sei regina / del cielo e della terra / di felicità e di buon cuore!". Con quest'altra cantilena, si invoca Teresina, un'altra fata dell'alba: "Cento cinquanta / la gallina canta / lascia pur che canta / domani farà l'ovo / madonna Teresina / si fa alla finestra / con tre corone in testa / bianca la sella / bianca la donzella / bianco il parasole / esci esci sole!". Queste paròl faldédi (parole fatate), furono poi chiamate: "avemarie bianche"; la loro recita doveva essere accompagnata da riti magici, perlopiù semplici segni, come piccole genuflessioni, incroci di dita, tocchi sulla fronte, sulle spalle, o sui capelli. Un'altra figlia del sole, come lei stessa si definisce in una vecchia föla, è Favarella, che deve questo nome al fatto di essere stata trovata, dentro una scatola, in un orto, tra le fave. Donna Aquilina, invece, è il nome di una fata che strappa un giovane pescatore dalle grinfie del Diavolo, al quale era stato venduto dal proprio padre, in cambio della sopravvivenza della numerosa famiglia, minacciata dalla povertà e dalla fame. Pare proprio che, le fate dell'alba, siano le più inquiete ed impulsive: Donna Aquilina, dopo numerose peripezie, finisce per sposare il giovane pescatore; mentre Favarella, irritata dal comportamento del principe che se ne era innamorato, provoca addirittura la morte delle due principesse che avevano tentato di sposarlo.
In una vecchia rappresentazione burattinesca, una "fata bianca del mare", ha un figlio di nome Fagiolino (che nasce da un uovo schiuso dal calore del sole, in riva al mare), frutto del suo amore per il Mago Sebino, dalla barba azzurra.
Nel territorio intorno a Ferrara, sono segnalate anche le Faie: creature fatate, descritte come ninfe boscherecce, che abitano, di preferenza, nelle abetaie, probabilmente, possono essere considerate alla stregua di fate dei boschi, ma di loro, si sa solo che non disdegnano farsi vedere dagli esseri umani, intrattenervisi volentieri ed anche accoppiarsi con loro.

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