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Le anime inquiete

In questa categoria, sono stati raggruppati una serie di spiriti dalle caratteristiche omogenee, la cui manifestazione peculiare è quella di vagare, senza meta, in espiazione di dannazioni inflittegli per diverse ragioni.
Sono giunte segnalazioni di "spiriti vaganti" che si aggiravano, di preferenza, in prossimità di cimiteri, o di ruderi di luoghi sacri, come racconta la storiella che segue.

Un uomo che tornava a casa dalla "veglia" a tarda ora, sul suo carretto, quando fu vicino al camposanto, vide una bella ragazza sulla strada, si fermò e le offrì un passaggio.
Nonostante la ragazza fosse pulita e ben vestita, l'uomo si meravigliò per il cattivo odore che emanava: come di cadavere, ma pensò fosse un profumo alla moda. Una volta giunto a casa, la fece scendere e, prima di congedarsi, le chiese l'indirizzo. Qualche giorno dopo, l'uomo si recò all'indirizzo ricevuto, anche per riportare una sciarpa che la ragazza aveva dimenticato sul carretto; trovò due vecchi genitori, i quali l'informarono che la figliola era morta diversi anni prima.

Spesso, queste anime inquiete, si manifestano attraverso "fuochi fatui", vaganti per le campagne di notte. Si credeva fossero anime, prevalentemente, di persone che avevano disprezzo per la vita, morte prematuramente, o in maniera violenta, o suicide, le quali avrebbero dovuto rimanere, in qualche modo attive, per il periodo di vita al quale avevano dovuto, o voluto, rinunciare deliberatamente. In proposito, un vecchio proverbio diceva: "Chi da par lo us è amaze, sempar la su figura l'ha da zire; la su figura vdé la sa da fe par tot e' temp che l'aveva da campè" (l'immagine di chi si suicida, deve girare sempre, la sua immagine si deve far vedere, per tutto il tempo che avrebbe dovuto vivere). Anche colui il quale, seppure dannato, fosse stato sepolto in terra consacrata, per tradizione popolare, avrebbe potuto manifestarsi in forma di "fiamma errante". Pare, infatti che, soffrendo tale collocazione impropria, tentasse di sfuggire quel luogo e nelle notti di plenilunio, o di tempesta, ululasse e facesse balenare fiamme, fuori dal sepolcro. La stessa tradizione popolare, vuole che esista un rito capace di dare pace, anche a questi spiriti inquieti. Serve un prete forestiero (uno di quei padri pellegrini, vaganti in assoluta povertà, nei loro sandali consumati, che un tempo erano così facili a vedersi…), che si rechi sulla tomba del dannato, in una notte di plenilunio, assieme a colui il quale lo seppellì. Mentre quest'ultimo illuminerà il viso del celebrante, questi dovrà recitare un'orazione particolare (il cui testo deve rimanere sconosciuto).
Ad un cenno del prete, il seppellitore dovrà affondare la zappa sul sepolcro, con colpi cadenzati, tendenti a richiamare lo spirito. A questo richiamo, lo spirito, sotto forma di turbine, uscirà dalla terra ed andrà a perdersi in un luogo remoto e deserto, dove lo vorrà inviare il prete. Quest'ultimo deve badare bene, però, di non commettere errori, o ripetizioni, nel recitare la sua orazione, altrimenti, il turbine lo trascinerebbe con se, a condividerne la sorte.
Non sempre, i fantasmi vagano solitari, infatti, poteva spesso capitare di assistere a vere e proprie processioni di spiriti, essi procedevano in corteo, verso luoghi particolari, o verso le proprie dimore terrene, tenendo levato un dito fiammeggiante a mo' di candela; a Montepetra, o lungo il fosso di Rullato, se ne sono avute testimonianze. Le notti più propizie, sono quelle dei cosiddetti "giorni di passaggio" (S.Giovanni, Ognissanti, Natale, ecc.). Gruppi di giovani, detti "pasqualotti", o "pasquellanti", per tradizione popolare, usavano imitare questi cortei e, la sera della vigilia dell'Epifania, usavano andare di casa in casa, fermandosi a cantare di fronte ad ogni porta, pronunciando la frase di rito: "Patrunzena ch'la s'arvesa la porta, che qua fora u j è la morta…" (padroncina ci apra la porta, che qua fuori c'è la morte).
Anche le "anime in pena" appartenevano a questa categoria. Erano spiriti buoni i cui cari, al momento del loro trapasso, non avevano rispettato il rituale previsto. La camera tutta andava purificata, il letto sfatto, federe, lenzuola e gli stessi panni indossati durante l'agonia, dovevano essere accuratamente lavati. I cuscini di piume dovevano essere bruciati ed i materassi rifatti, anche l'imbottitura di lana doveva essere scucita, a meno che non la si togliesse all'ultimo minuto. Si dice che gli spiriti si lamentassero nottetempo, finché non si fosse provveduto a riparare ad una di queste mancanze. Si racconta che lo spirito di un bambino molto povero sepolto senza la camicia (che era obbligatorio indossare anche in Paradiso), tornasse ogni notte cantilenando: "J angiulin de'Paradis / j ha la cappa e e'su camis!" (gli angioletti del Paradiso / hanno la cappa e le loro camicie!). Tutto cessò quando, la madre, sacrificando la propria, confezionò una camicia più piccola che depositò sul davanzale all'imbrunire, il mattino seguente, non c'era più.

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