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Fra' Alberico

In un censimento di questo tipo, non è possibile ignorare "il peggior spirto di Romagna" (a detta di Dante), se non altro per il suo, non invidiabile primato, che consiste nell'aver avuto l'anima dannata all'Inferno, ancor prima che abbandonasse il corpo; fu là, infatti, che Dante la incontrò (collocò) nel suo viaggio, anche se il suo corpo era ancora in vita (pare sia morto attorno al 1307). Il fatto insolito, fu poi giustificato dal poeta affermando che, l'anima di costui, subito dopo il delitto, aveva abbandonato il corpo, nel quale si era, poi introdotto un Diavolo, portandone il ciclo vitale a compimento.
Alberico era uno dei capostipite storici della famiglia Manfredi (poi Signori di Faenza), fu frate "gaudente", uno strano ordine, la cui appartenenza non doveva comportare particolari sacrifici e rinunce (potendo annoverare anche "fratesse"). La colpa della quale Alberico si macchiò, consiste in una sanguinosa e terribile vendetta, messa in atto al termine di una cena, di riconciliazione coi suoi parenti.
Esistevano, a quel tempo, a Faenza, tre rami distinti della famiglia Manfredi: quello costituito dalla famiglia di Alberico (il quale aveva un figlio di nome Ugolino), quella di Manfredo (che aveva due figli maschi: Ugolino, già morto nella battaglia di Forlì, e Alberghetto) e quella di Francesco (figlio di un altro Alberghetto), non ancora maggiorenne, quindi, per disposizioni testamentarie, pupillo di Alberico. Francesco, Manfredo e Alberico, erano cugini in primo grado, in quanto figli di tre fratelli, quindi, nipoti di uno stesso nonno: Albergiptus Manfredi (già podestà di Faenza nel 1211). Era accaduto che Alberico, già in cattivi rapporti con Manfredo, lo aveva incontrato, presente Alberghetto (il figlio di quest'ultimo) ed avevano avuto un diverbio, al culmine del quale, Alberghetto, aveva colpito Alberico, con uno schiaffone.
L'affronto era stato grande, ma Alberico non reagì, evidentemente, meditando la sua terribile vendetta, anzi, in seguito, si mostrò disponibile al perdono ed alla riconciliazione. Per celebrare tale riconciliazione, fu organizzata una cena. Il luogo stabilito era un piccolo castello, in località Pieve Cesato, ancora oggi chiamato Castellina, allora proprietà di Francesco. Era il 2 maggio 1285, Alberico aveva organizzato in modo che, alle sue parole: "Vengano le frutta!", il pupillo Francesco ed il figlio Ugolino, a capo dei suoi sicari, avrebbero ucciso, a colpi di pugnale, Manfredo, Alberghetto e tutti i loro amici convenuti. Così fu: furono trucidati tutti, tranne uno, risparmiato da Alberico, affinché portasse la notizia in Faenza. L'eccidio ebbe vasta eco, fu ricordato come "le frutta del mal orto", che assunse persino un significato proverbiale. In seguito, pur avendo la vita di Alberico le sue vicissitudini, infatti, egli continuò ad occuparsi delle sue cose e, stando alle cronache del tempo, non pare da "indemoniato", come lo vuole Dante, almeno non più di quanto già non lo fosse prima.

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